Personal Branding per Nativi Digitali

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Dei nativi digitali fanno parte quelli che sono nati quando i pc avevano già sostituito le enciclopedie nelle nostre case e Internet era già stato trasformato in un bisogno primario delle famiglie. Ma che rapporto hanno con la loro reputazione pubblica?

Il mondo secondo i nativi digitali

Per i nativi digitali, sembra non esistere la distinzione tra reputazione e personal branding (di cui abbiamo già parlato): sono abituati a vivere la loro vita in  real time e lasciare tracce online di ogni pensiero ed esperienza, senza filtri (se non quelli fotografici di Instagram).

D’altra parte, ogni generazione è frutto del suo tempo. E le nuove generazioni sono nate in un mondo già fluido, che si nutre di analogico e digitale: li confonde, li mescola, li amalgama. 

Loro non hanno dovuto abituarsi e adattarsi ad un mondo social, interpretandone le regole. Loro ci sono nati. E le regole se le vanno creando, giorno dopo giorno.

Il fatto stesso che disdegnino Facebook (che secondo loro è per vecchi) e Linkedin (che secondo loro non serve), la dice lunga sull’approccio che li differenzia e divide dalle vecchie generazioni, quelle che vivono ingiacchettate e incravattate sui social, tenendo ben distinti e distanti gli ambienti personali da quelli professionali.

I nativi digitali si nutrono di Instagram, Youtube e Whatsapp: sono più votati ad un contatto tra singoli, ma sentono forte il bisogno di sentirsi parte di una comunità, di qualsiasi natura: per questo motivo, sono alla continua ricerca di fattori aggreganti.  Tanto è vero che il 37% di loro prova servizi e prodotti per sentirsi parte di una comunità fluida, ormai mondiale

Se hanno sviluppato una vera e propria dipendenza dagli smartphone è perché si sono ritrovati in un mondo completamente diverso da quello in cui siamo cresciuti e ci siamo formati noi delle generazioni precedenti. Loro sono nati in simbiosi con le nuove tecnologie, trasformando il modo di comunicare, conoscere e apprendere cui eravamo abituati.

Le preoccupazioni delle altre generazioni

Ed è proprio il non comprendere appieno la novità che ci porta a pre-occuparci per loro.

Noi sappiamo che oggi, gli Head Hunter prima di decidere se darti un lavoro, oltre a controllare il curriculum, tendono a verificare la reputazione via web, sbirciando tra canali social, siti (personali e non), blog, pubblicazioni online e quant’altro. È ovvio che pensando al futuro lavorativo dei nativi digitali vorremmo far loro presente che certi contenuti non dovrebbero proprio essere pubblicati online. Ma… siamo certi di avere ragione sulla questione?

Mi spiego: prima dell’avvento del web, per scegliere il candidato giusto ci si atteneva al curriculum vitae e ad un colloquio tecnico-conoscitivo. Le birrette del venerdì sera con gli amici , la “fede” (politica, religiosa o calcistica), le scampagnate in famiglia della domenica non avevano alcuna influenza sulla scelta. Se poi, una volta assunto, l’atteggiamento del candidato risultava poco etico e professionale, il datore di lavoro si comportava di conseguenza.

Salvo alcune eccezioni estreme, siamo certi che giudicare la professionalità di un candidato da scorci pubblici della sua vita privata possa considerarsi eticamente corretto?

Sappiamo anche che se si pubblica con leggerezza, ci si può trovare invischiati in situazioni e dicerie che possono trasformare la realtà in un vero e proprio incubo.  Ma lo sappiamo perché sono esperienze che abbiamo fatto e vissuto, solo che ai nostri tempi tutto era più limitato e localizzato: potevamo essere lo zimbello dei bulletti della scuola e contemporaneamente il leader indiscusso del torneo di calcetto. Oggi pensiamo agli episodi di cyberbullismo, ai commenti gratuiti sui social, alla denigrazione su pubblica piazza virtuale in cui si sono ritrovati (ahime) in tanti e vorremmo educare i più giovani ad un utilizzo più oculato dello strumento nell’ottica di prevenire (ed evitare!) determinate esperienze.

Ma si sa, l’educazione (almeno quella non limitante e coercitiva) – oltre che dalla conoscenza e dall’esperienza – passa dal tempo, dalla supervisione e dalla presenza costante: fattori che non tutti abbiamo a disposizione, assorbiti come siamo dagli impegni quotidiani. E allora forse sarebbe meglio cominciare a parlare di responsabilizzazione all’uso degli strumenti digitali.

L’equilibrio tra analogico e digitale

Tante sarebbero ancora le prospettive da cui poter guardare ed analizzare la questione della gestione della propria reputazione online. Ma, come recita un vecchio proverbio, “Tutte le strade portano a Roma”. E in questo caso le strade che ci portano alla corretta gestione della reputazione online passano dai principi morali e dai valori etici che dettano i nostri comportamenti umani, offline e online. Dove l’aggettivo nostri è più legato alle generazioni passate, responsabili dell’esempio e del modus vivendi che i nativi digitali hanno traslato dall’offline all’online.

Fonti

[2018] What Does Personal Branding Mean to Different Generations? >> https://blog.globalwebindex.com/trends/personal-branding/ 

[2017] Brands and the younger generation >>  https://www.therecycler.com/posts/brands-and-the-younger-generation/

[2018] How Luxury Brands Remain Relevant To Millennials And Gen Z >> https://www.forbes.com/sites/jefffromm/2018/04/24/how-luxury-brands-remain-relevant-to-millennials-and-gen-z/#f650c343b530

[2018] Why millennials are naturals at personal branding >>https://blog.markgrowth.com/why-millennials-are-naturals-at-personal-branding-171d2c04f610 

[2017] Personal Branding Tips for Millennials >> https://digitaltraininginstitute.ie/personal-branding-tips-for-millennials/ [privacy, sicurezza, implicazioni online, punti chiave]

[2018] 10 Golden Rules Of Personal Branding >> https://www.forbes.com/sites/goldiechan/2018/11/08/10-golden-rules-personal-branding/#6686e2ab58a7