Personal Branding e Social – rischi e vantaggi

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Della propria reputazione, l’essere umano si è sempre (pre)occupato. In base al ruolo e alla posizione nella comunità, abbiamo sentito il bisogno di rispondere alle aspettative della società.

Da quando i social sono entrati a far parte delle nostre vite, la nostra reputazione può facilmente essere messa in discussione, in ogni momento e su più fronti: per un’immagine pubblicata con leggerezza o una frase scritta in un momento di poca lucidità mentale, per un’esperienza o un’opinione fuori dal coro.

Si sente sempre più spesso parlare di head hunter che sbirciano tra i profili social per decidere se chiamare a colloquio o meno una persona. In questo caso, una pubblicazione sopra le righe potrebbe influenzare l’intera vita professionale o rendere nullo l’impegno profuso negli anni per il raggiungimento di un obiettivo.

Ma non solo. Anche a livello personale ci si può ritrovare attaccati, offesi o – peggio – oggetto di violenza (verbale e non) per opinioni politiche, scelte musicali, appartenenza sportiva, esuberanza artistica e qualsiasi altro atteggiamento non rientri “nella norma” secondo i giustizieri del web.

Per cercare di fare chiarezza e ampliare le prospettive sull’argomento, ho scelto di intervistare quattro esperti che, giorno dopo giorno, hanno imparato a prendersi cura della loro reputazione, valutando rischi e vantaggi dei loro comportamenti online. Ecco cosa mi hanno risposto.

Perché è così importante prendersi cura della reputazione online?

Cristiano Carriero: Perché in un mondo sempre più liquido farci conoscere online è un modo per risparmiare tempo e denaro, prima ancora dei soliti (e giusti discorsi) sull’autorevolezza e sul branding. Quante volte abbiamo avuto bisogno, in passato di fare 300 km per una stretta di mano o per guardarsi negli occhi? Un posizionamento digitale coerente e onesto – prima di tutto onesto – permette di abbattere questa distanza. Molte delle persone con le quali lavoro, tra le quali tu se ci pensi, le incontrate due volte. Eppure è come se ci conoscessimo da una vita. E quello che c’è scritto su di te online, su come lavori e su che tipo di professionista sei, corrisponde assolutamente al vero. 

Saverio Tommasi: Secondo me non è così importante. Anzi, mi fa paura chi pensa si debba necessariamente stare in ansia da prestazione. Non riesco ad avere una buona opinione di una persona così.

La reputazione secondo me non va coltivata. 

A meno che non si parli di un’azienda o di un brand personale, più che curarsi della propria reputazione, direi che bisogna comportarsi in modo giusto e corretto. 

Le nostre azioni sono nostra responsabilità. La percezione delle nostre azioni è un’altra cosa ed è a carico degli altri. E sappiamo che non si può piacere a tutti!

Giovanni Battista Coiante: La questione sta tutta nella differenza tra i concetti di considerazione e percezione che gli altri hanno nei confronti nostri e del nostro operato – personale e professionale: possiamo prenderci cura della valutazione attenta e coscienziosa non delle personali percezioni che ciascuno può associare a nostre parole e azioni.

In ambito sanitario, è chiaro come la reputazione sia fondamentale. La salute e l’integrità fisica contano davvero tanto nella vita di ogni persona: chi andrebbe da un medico, un dentista o un chirurgo con una cattiva reputazione solo perché “costano di meno”? Al contrario, la ricerca dei professionisti sanitari è storicamente sempre stata legata al passaparola di amici e parenti e ai consigli del medico di famiglia. I professionisti sanitari oggi hanno l’opportunità di usare il web e social come strumenti di comunicazione per intrecciare relazioni coi potenziali pazienti e coi colleghi, amplificando in maniera esponenziale le possibilità offerte dal passaparola.

Rachele Zinzocchi: Personalmente, non credo si possa scindere il personale dal professionale: nella vita è fondamentale essere coerenti con se stessi. 

Non puoi prenderti cura della tua reputazione per rispetto e comprensione delle esigenze altrui. Non puoi vivere indossando una maschera diversa per ogni realtà con cui ti raffronti. Devi avere un’identità chiara e consapevole, per il bene di te stesso: è questa la chiave di lettura, secondo me.

Quali rischi inattesi possiamo trovarci ad affrontare?

Cristiano Carriero: Il rischio più grande è la sovraesposizione secondo me. Il Personal Branding è anche equilibrio, siamo prima di tutto professionisti e dobbiamo far parlare il nostro lavoro. Non bastano delle belle foto e qualche citazione acchiappalike, la gente non ci sceglierà per quello, ma per la profondità delle nostre competenze. Ecco perché dobbiamo fare attenzione ai social che, per natura, ci portano ad essere sintetici, veloci e a volte superficiali. Questo è un rischio, motivo per cui io consiglio sempre di esercitarsi (e non solo esercitarsi) con un blog. 

Saverio Tommasi: Con il web è aumentata a dismisura la capacità e la velocità di diffusione. Siamo arrivati al punto che un singolo errore può trasformarsi in una spada di Damocle, sempre pronta ad abbattersi sulla nostra testa. Ma di errori ne facciamo tutti, ogni giorno: siamo umani e fa parte della nostra natura! E un errore non può influenzare un’intera esistenza.

Se faccio una bravata o mi comporto in modo sbagliato (e non intendo in modo cattivo o violento) è giusto che io debba prendermi la responsabilità di ciò che ho fatto e chiedere scusa, ma se – nonostante le migliaia di altre buone azioni quotidiane – questa singola azione sbagliata diventa l’unica pubblicamente riconosciuta e ricordata, può avere un peso enorme sulla mia vita, personale e professionale. Questo non è corretto.

Giovanni Battista Coiante: Nel mio ambito, quello sanitario, il rischio è chiaramente quello di perdere pazienti se non si ha una buona reputazione. Maggiore visibilità ha la recensione o il commento negativo, peggiori possono essere le conseguenze per il professionista. Sono moltissime le piattaforme in cui gli utenti possono lasciare una recensione e dare un voto espresso in stelle, da Google My Business a Facebook ai portali specifici per il rating e la prenotazione di visite mediche.

Secondo un sondaggio del Journal of the American Medical Association, tra gli utenti dei siti di questo tipo, il 35% ha ammesso di scegliere il medico da cui andare basandosi sulle recensioni positive, mentre il 37% di evitare medici che hanno ricevuto recensioni negative. Il problema, ovviamente, è l’attendibilità dei pazienti in merito a patologie e situazioni sanitarie che possono essere complesse o necessitare di tempi di trattamento piuttosto lunghi. Per questo generalmente i pazienti esprimono una valutazione in primis sull’atteggiamento del medico e sulla chiarezza nelle spiegazioni, e solo in seguito sull’accuratezza della diagnosi e sull’efficacia (percepita) della terapia. Insomma, se si è un luminare della sanità ma si hanno i modi ruvidi del Dr House, meglio “addolcirsi” un po’ se non si vuole fare brutta figura sul web!

Rachele Zinzocchi: Parto da un presupposto: la privacy sui social non esiste. Tutto ciò che decido di pubblicare della mia vita privata e professionale ricade sotto la mia personale responsabilità. 

Se pubblico la foto del giorno del compleanno (sul profilo personale) lo faccio perché sono cosciente e consapevole che possa giocare anche a favore del piano professionale. Se decido di parlare di politica o religione o altri argomenti sensibili lo faccio nel rispetto di chi può imbattersi nella mia pubblicazione: non significa che non ho un punto di vista personale della questione, semmai che non ho bisogno di convincere nè – tantomeno – offendere chi ha opinioni diverse dalle mie. Perché è questo il mio modo di essere e di vivere.

E la coerenza con se stessi prescinde qualsiasi comandamento.

Come separare personale e professionale sui social?

Cristiano Carriero: Io con il passare del tempo ho scelto di aprire una Pagina, ma è una cosa che consiglio solo quando si ha la consapevolezza di essere dei professionisti con un minimo seguito e una sufficiente autorevolezza. L’ho fatto perché ad alcuni ad esempio non piacevano i miei focus su alcune passioni come il calcio, il cinema, la musica (Sanremo). Sono convinto che rinunciare a parlare delle proprie passioni sia sbagliato, ma se si ha l’opportunità di distinguere i canali è molto meglio. Va da se’ che consiglio a tutti di non farsi prendere dalle passioni, perché questo è deposizionante. Litigare per una partita di calcio sui social, o per la decisione di un arbitro può compromettere tutto il bel lavoro di Personal Branding fatto.

Saverio Tommasi: I social sono strumenti incredibili! Come l’invenzione dell’auto, sono potenzialmente un successo dell’umanità: è l’uso inconsapevole e incosciente che ciascuno ne fa che può renderli uno strumento di involuzione invece che di evoluzione. 

Curarsi dello svolgere azioni, avere pensieri e curare relazioni sentite intimamente come giuste (e non delle percezioni altrui!) dovrebbe essere il centro di tutto. Abbiamo bisogno di persone libere e pensanti, non di burattini.

Se vivo in una dittatura e non dico o faccio nulla per andare contro il potere, significa che sono vicino al dittatore e alla sua visione della società: in pratica, divento connivente. 

Che gli Head Hunter sbircino i profili social per farsi un’idea di chi si troveranno davanti ad un colloquio, secondo me ci sta. 

Ad esempio, se sono alla ricerca di una figura professionale e sui profili social del candidato trovo riferimenti violenti, è molto probabile che questa scoperta influisca sulla mia scelta: potrebbe essere il migliore professionista del settore, ma un atteggiamento violento non è un compromesso che posso accettare. 

Giovanni Battista Coiante: Si può e si deve, ove necessario, proprio per evitare ripercussioni importanti sulla nostra esistenza, ma anche come segno di rispetto verso gli altri utenti. Chi ad esempio segue sui social un primario di oncologia, lo fa per avere notizie sui tumori, sulle nuove terapie e sugli avanzamenti della ricerca. Questo interesse a sua volta può derivare dalla lotta col tumore che si sta affrontando in prima persona o che sta vivendo una persona vicina, il coniuge, un genitore, un membro della famiglia. Se quel primario di oncologia cominciasse a condividere, tra una notizia e l’altra, foto delle sue cene al ristorante o delle sue vacanze, sarebbe molto inappropriato: non sono quelli i contenuti che i suoi contatti vogliono vedere. Quindi, ad eccezione di chi ha blog di lifestyle, cucina o viaggi, meglio dirottare tutte le immagini “personali” su un account personale, accessibile solo da amici e parenti!

Rachele Zinzocchi: Farti bello e sembrare autorevole sui social sembra essere diventato il must da inseguire a tutti i costi. È la reinterpretazione moderna del concetto di “kalòs kai agathòs” [trad. “bello è anche buono”] caro ai greci di “bello dentro e fuori”. 

Se non ti prendi cura della presenza online, personale e professionale, diventi – per il pubblico online – brutto dentro e fuori: senza vie di mezzo. 

Quindi le due realtà devono necessariamente andare di pari passo. 

E non dimentichiamo che il nostro modo di vivere i social oggi è quello che influenza i più giovani: se dalla famiglia, dalla scuola e dallo Stato ci sarà coerenza, i nostri ragazzi sapranno come comportarsi, come filtrare le informazioni e come confrontarsi e rapportarsi con gli altri. 

Conclusioni

Chi per lavoro ha necessità di portare avanti il proprio brand personale, può cercare di non mostrare il fianco trattando qualsiasi tema argomentando in maniera precisa e specifica, oltre che essere aperto al confronto ignorando offese e provocazioni personali. Magari non è la soluzione definitiva, ma può aiutare ad arginare eventuali danni. 

Mentre riflettevo sul tema, spesso mi sono ritrovata a poter tirare in ballo la questione del cyberbullismo e – più in generale – la leggerezza con cui i più giovani vivono i social. E quest’ultima prospettiva mi ha portato a pensare che nel loro domani potrà esserci una gestione più libera, meno incravattata, della reputazione, lontana dai nostri preconcetti sociali. L’argomento è ricco e la base di tutto, secondo me, è la prospettiva da cui guardiamo la situazione. Abbiamo una grande responsabilità e forse dobbiamo ancora comprenderla appieno.