Alert addiction: dall’adolescente alla famiglia. Allarmismo o necessità di chiarezza e comprensione?

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Fatto di cronaca: un’intera famiglia alle prese con la dipendenza da Internet (fonte ANSA).  Nel sud Italia, viene individuata una famiglia che per lungo tempo si è ritirata socialmente in una bolla avatar che li ha esclusi dal mondo esterno.

Da una parte credo che sia inutile e pericoloso mettere la testa sotto la sabbia, o etichettare per allontanare difensivamente fuori dal noi, altro che invece come adulti responsabili e diretti protagonisti del benessere delle nuove generazioni ci riguarda in prima persona, mentre dall’altra sostengo che dobbiamo far tesoro di queste drammatiche testimonianze per cercare di comprendere e rafforzare una sana traiettoria di educazione digitale che tenga conto, come sappiamo, della delicatezza e dei diversi termini della questione. In primis della sfida che la nuova società ci richiede: educare con responsabilità, consapevolezza e spirito critico all’utilizzo e alla fruizione delle nuove tecnologie. Ma si sa, e lo diceva Gianni Rodari, una vita senza sfide non ha senso di esistere.

Rinfreschiamoci la memoria e ricordiamoci che, al di là, dei rumors e della confusione che rimbalza sui social, sul digitale artefice diretto delle nuove forme di addiction, stiamo parlando sempre di strumenti e che la loro programmazione, il loro avvio, il loro sé agente è sempre diretto dalla mente dell’uomo con tutti i meccanismi mentali che ormai ben conosciamo. Le neuroscienze ci aiutano in questa comprensione fotografando direttamente, tramite lo strumento della risonanza magnetica, quello che accade nel nostro cervello quando agiamo in contesti diversi e con modalità distinte.

Nella confusione abbiamo bisogno di far chiarezza:

Nel 2013 il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali ha inserito nel capitolo dedicato ai “Disturbi da dipendenza e correlati all’uso di sostanze” il gambling patologico (GAP), tenendo in debito conto le evidenze neuroscientifiche, che hanno evidenziato la compromissione delle stesse aree cerebrali dell’abuso con sostanza e sine substantia, inaugurando una nuova area di cura (perché al di là dell’etichetta diagnostica, la rilevazione del disagio comporta l’attivazione di un percorso di cura e monitoraggio dello stesso) che mette in primo piano il comportamento legato all’oggetto.

E per l’abuso di Internet? Abbiamo un’etichetta diagnostica che ci permetta di avviare un percorso di cura e/o di riconoscere dei segnali premonitori?

Dopo la provocatoria messa in rete da parte di Goldberg nel 1995 dell’Internet Addiction Disorder (IAD) la comunità scientifica ha sciolto la riserva dell’inclusione o meno nel DSM5 del disturbo, relegando nella sezione 3 del manuale, dedicata ai disturbi che necessitano ancora di ulteriori approfondimenti da parte dei ricercatori, l’utilizzo di Internet soprattutto da parte degli adolescenti.

Nel corso degli anni, le testimonianze dirette e i fatti di cronaca hanno evidenziato che sotto ogni forma di abuso oggettuale, è rintracciabile sempre una sofferenza interna che utilizza lo strumento per evitare di pensare, di affrontare e di agire su di essa. Una sorta di auto-terapia dell’Io che protegge ed isola in modo disfunzionale denunciando una difficoltà emozionale ed affettiva che non è stata colta e che si è incistata dentro la tecnologia.

Se l’occhio dell’adulto tiene in considerazione quanto la comunità scientifica ha rilevato, può essere più facile individuare un percorso disfunzionale in cui la tecnologia entra come oggetto per evitare o nascondere altro e non come causa del disagio stesso. Gli strumenti li abbiamo, dobbiamo solo iniziare a riflettere e a collaborare nella diffusione di una sana educazione digitale, che in primis necessita di consapevolezza e responsabilità, e non di fruizione tecnologica inconsapevole e autodidatta su giovani menti che ancora hanno bisogno di essere guidate e supportate.

 

Bibliografia

APA, American Psychiatric Association (2013), Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: DSM-5, Washington, D.C., American Psychiatric Association; trad. it. DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Cortina, 2014.

Goldberg, I., 1995, IAD, http://www.iucf.indiana.edu/brown/hyplan/addict.html.

Steiner J. (1996), I rifugi della mente, Bollati Boringhieri, Milano.

 

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Barbara Volpi
Psicologa, psicoterapeuta, PhD in Psicologia Dinamica e Clinica, collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza – Università di Roma, è docente al Master di II livello sul Family Home Visiting, presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica- Sapienza- Università di Roma e presso l’Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica [SAPP] di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP [Società Italiana di Clinica, Ricerca ed Intervento sulla Perinatalità). È autrice di numerose pubblicazioni e articoli di ricerca, e interventi sul tema dell’Educazione Digitale. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (con R. Tambelli, 2015) e “Genitori digitali. Crescere i propri figli nell’era di internet” (2017).