Mi trovavo su Grande Cavallo Lucente Che Corre Su Strada Di Ferro mentre osservavo il paesaggio che correva all’incontrario. In uno slancio didattico apprendevo nuovi idiomi e ora sapevo dire in inglese, francese e tedesco: “non gettare alcun oggetto dal finestrino” e “usare solo in caso di emergenza”. La provocazione trasgressiva era troppo forte (chi non è mai stato tentato almeno una volta di tirare quella leva?) ma il finestrino non si apriva, la leva era saldamente cementata e piombata, l’aria condizionata era guasta e dentro faceva caldo. 

Padrone di Grande Cavallo Lucente Che Corre Su Strada Di Ferro ha sempre le orecchie che gli fischiano. 

A dire il vero era disponibile un’ascia, conservata in una teca di vetro, che molti credevano potesse servire per manifestare il proprio consenso a Uomo Che Buca Biglietto Di Nuovo Aumentato. 

Due erano le mie segrete speranze: che accanto a me non sedesse madre isterica con marmocchio vivace, e viaggiatore con pranzo a sacco a base di fette di pane e salame, birra e mela. 

Speranze entrambe vane perché ho come un appuntamento fisso con tali simpatici avventori. 

Quella volta si era aggiunto anche il Frustrato Loquace, contro la politica, il governo (qualunque esso sia), contro tutto e contro questo mondo difficile e duro. 

Per quelli ho un’arma vincente, ho il “d’altra parte è così” che spegne ogni discussione sul nascere, se proprio non si vuole fingere di dormire o leggere un giornale riletto già 3 volte, necrologi e titoli di borsa compresi. 

“Ah, ma lo spread e i tassi dei mutui aumentano e lo stipendio rimane sempre basso!” 

“eh… ma d’altra parte è così”. 

Silenzio. 

“Ma questo Papa che vuole che s’immischia anche negli affari nostri?” 

“già, ma d’altra parte è così”. 

Silenzio. 

Dopo due-tre tentativi il successo è garantito. 

C’è poco da fare invece per il marmocchio e il profumo di mela sbucciata (che presto si tramuta in aroma di discarica senza la romantica voce dei gabbiani). L’unica è la quieta rassegnazione e una sbirciatina sul biglietto altrui per vedere fino a quale fermata deve durare l’assedio. Se leggi “Milano Centrale” e ti trovi a Foggia, capisci che avevi fatto male a non iscriverti a quel corso sulla meditazione Zen che ti sembrava idiota e ti viene voglia di approfondire il concetto di “karma”. 

Il sole picchia dal finestrino, progettato con una leggera concavità che conferisce al tutto l’effetto fisico con cui Archimede bruciava le navi nemiche. Dopo rapida consultazione dei presenti si prova ad abbassare la tendina. Già, ma come? 

Qualcosa sporge dalla sommità, e si prova a calarla con l’energia chimica prodotta dai muscoli di forti mani e braccia. Niente. 

Il marmocchio scorge un paio di pulsanti nascosti dietro al gomito della mamma. Su uno è disegnato un sole (con una grafica da simbolismo astratto azteco) e su un altro un quadrato. Abbiamo presto rinunciato a decifrare l’enigma simbolico provando invece a premerli alternativamente. Lentamente, con qualche intoppo risolto a mano, la tenda-pannello calava, ma intanto calava anche il sole e tutto lo sforzo ormai non era più necessario. Ma era diventata una questione di principio e anche con l’ombra la tenda doveva rimanere abbassata, tra l’orgogliosa soddisfazione di tutti quelli che avevano partecipato al brainstorming risolutivo (solo il Loquace non ha contribuito, pur criticando aspramente la modernità dello sviluppo tecnologico). 

A un certo momento, bisogna andare in bagno. 

Il bagno merita un capitolo a sé. 

Per un maschietto tutto sommato l’esaudimento letterale del bisogno non comporta grossi problemi. Ma io sempre mi chiedo come le femminucce risolvono gli importanti problemi euclidei proposti dalla configurazione e dagli spazi con cui è organizzato l’ambiente. 

Capii tutto quando una volta mi capitò di sfogliare un “kamasutra illustrato” ed in effetti alcune posizioni ardite potevano essere applicate per risolvere il problema. 

Ma quello che più mi inquieta è il dopo. 

Non vedevo nessun pulsante, leva, né a parete né a pavimento. Niente. 

Scorgevo solo un leggera sporgenza plastica, sormontata da una freccia che indicava qualcosa verso il basso, e un disegno che anche quello avrebbe potuto trovarsi su una parete Maya o Assira senza sfigurare con gli originali. Azzardo un pestamento in ordine casuale di tutti questi simboli e infine giungo al liberatorio e atteso scroscio. 

Affronto ora il rubinetto. 

Anche qui niente di niente, solo simboli vari in posizioni sparse. 

Penso ad una qualche cellula fotoelettrica (visto mai) ma ogni frenetica passata di mani, di piedi, di testa, viene seguita da insuccessi (a parte l’aver disturbato qualche mosca addormentata). 

Pesto il pavimento alla ricerca di qualche bottone o leva nascosta. Niente. 

Pesto il rubinetto in ogni suo punto. Niente. 

Concludo che deve mancare l’acqua, ma senza convinzione, quel pulsante da qualche parte doveva esserci. Forse la consulenza del marmocchio sarebbe stata utile, ma non mi andava di riconoscerlo. 

Ritorno al mio posto e fingo di assopirmi, aspettando “Milano Centrale”. 

Morale: 

Quando realizziamo un oggetto digitale, un ebook, una pagina web, un learning object, cerchiamo di progettarlo in modo più usabile dei mezzi con cui viaggiamo. Stiamo attenti all’interfaccia, alle funzioni, rendiamole accessibili e comprensibili. Mettiamo al centro della progettazione l’utente.  Non creiamo, insomma, caffettiere per masochisti.