Su Telegram

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Quando si parla di Social Media, il tema dei Big Data è sempre centralissimo, questo perché il futuro non sarà basato sui device, sull’hardware, sulla tecnologia in senso fisico, bensì sullo sviluppo del software, del codice, del cloud. I nostri dati sono fondamentali per il mondo del business e chi riesce a raccoglierli ed a farli analizzare, è avanti anni luce rispetto a chi si concentra su altri temi. Le grandi multi nazionali stanno cercando di fare man bassa di Big Data adesso che è ancora tutto in via di evoluzione. La gestione di questi dati sarà tutta in cloud, in remoto, lontana dalle nostre scrivanie e da quelle delle aziende che l’unico vantaggio che avranno sarà la strategia derivante dall’analisi delle nostre abitudini digitali. Chi, sempre più spesso, è sulle prime pagine della cronaca tecnologica, passatemi il termine, è Mark Zuckerberg con la sua famiglia di piattaforme: papà Facebook, mamma Instagram e i figlioletti WhatsApp e Messenger, ma come spesso capita nelle migliori famiglie, i pargoli stanno diventando più grandi dei genitori. Il problema è, come spesso leggiamo, la gestione di questi dati e la fuga sempre più frequente di notizie e paure riguardo la reale protezione di questi Big Data.

In particolare WhatsApp sembra non mollare di un centesimo e continua a crescere, raccogliendo nuovi iscritti, di tutte le età, ma anche molte critiche. In primis i diversi momenti di “down” abbastanza internazionali ai quali ci ha abituato, oltre alle notizie allarmanti di bug importanti riguardanti la vulnerabilità del sistema e quindi la pericolosa fragilità in tema di cyber security.

C’è un’App, però, che sembra ormai essere il rivale numero 1 di WhatsApp, sia in termini di diffusione, che di funzionalità molto interessanti e per certi versi anche più evoluti. Sto parlando di Telegram, utilissima applicazione, molto più di una semplice chat, che negli ultimi mesi ha conquistato consensi e continua a crescere.

Qualche giorno fa è stato proprio il fondatore di Telegram, il russo Pavel Durov, a rilasciare tramite Telegraph, altra App molto interessante e sottovalutata, un’intervista nella quale spiega «Perché WhatsApp non sarà mai sicuro».

Se da una parte il mondo sembra essere scioccato dalle notizie che riguardano WhatsApp circa il fatto che l’App di messaggistica più utilizzata al mondo abba lasciato foto, email e documenti presenti sui nostri smartphone liberamente accessibili agli hacker, allo stesso modo Pavel Durov non è sorpreso, infatti lo stesso WhatsApp un anno fa annunciò che tramite un a videochiamata un hacker aveva possibilità di accedere ai dati dell’intero telefono.

« Ogni volta che WhatsApp corregge una vulnerabilità critica, ne appare una nuova», continua Durov, affermando che questi errori di fatto consentono a “qualcuno” di attaccarci, ma ad altre persone di sorvegliarci. Un problema fondamentale è dato dal fatto che WhatsApp non è open source, a differenza di Telegram, pertanto non c’è modo per verificare il codice, poiché non è pubblico e anzi viene oscurato volontariamente da Zuckerberg per evitare di essere studiato a fondo.

Pavel Durov continua parlando di un aspetto davvero importante: ovvero, fino al 2012, quando aveva iniziato a lavorare al progetto Telegram, i dati di WhatsApp erano davvero aperti a moltissime realtà come i governi, gli hacker, i provider di telefonia e gli amministratori delle reti wifi. Una leggerezza che poi è stata, solo apparentemente, colmata con la crittografia che si è però rivelata una «mossa di marketing». Tre anni fa, infatti, WhatsApp introduce la crittografia end-to-end facendo credere che con questa tecnologia nessun terzo potrà accedere ai nostri messaggi. Contestualmente, WhatsApp spinge aggressivamente gli utenti ad eseguire il backup delle chat nel cloud, senza specificare che, una volta eseguito il backup, i messaggi non sono più protetti e sono accessibili ad hacker e forze dell’ordine.

Telegram è più sicura allora? I fatti dicono di si. Simpatica la ricompensa messa in palio dallo stesso Durov agli hacker di tutto il mondo: 300.000 $ per chi riesca a violare i server di Telegram. Inutile dirvi che fino ad adesso nessuno ci è riuscito. Importante, la grande varietà di servizi utili che personalmente, mi consentono di affermare di preferire Telegram a WhatsApp. Sto parlando dei canali, pubblici e privati, delle chat segrete, dei messaggi che si autodistruggono, dei Super Gruppi, dei chatbot più o meno evoluti, della possibilità di scambiarsi file fino ad 1,5 Gigabyte e la disponibilità su ogni piattaforma e device, con un unico backup protetto. Qual è allora il problema, la riluttanza, nel passare da WhatsApp a Telegram in maniera definitiva? Al momento è la maggior diffusione della piattaforma di Mark Zuckerberg, rispetto al rivale di Durov e lo si legge nelle stesse parole del suo fondatore, parole dure che però effettivamente hanno rivelato una grande verità: «Molte persone non possono smettere di usare WhatsApp, perché i loro amici e familiari sono ancora lì. Significa che noi di Telegram abbiamo fatto un brutto lavoro nel persuadere le persone. Abbiamo attirato centinaia di milioni di utenti negli ultimi cinque anni, ma non è ancora abbastanza. La maggior parte degli utenti di Internet è ancora in ostaggio dall’impero Facebook/WhatsApp/Instagram. Molti degli utenti Telegram sono anche su WhatsApp, il che significa che i loro telefoni sono ancora vulnerabili».

La particolarità di Telegram è sempre stata quella di implementare per prima nuove funzionalità per vivere la messaggistica in maniera differente, un’esperienza per l’utente sempre nuova. WhatsApp spesso ha copiato queste implementazioni, cercando di aggiornare l’App e molti hanno pensato che fosse tutta farina del sacco di Zuckerberg, anche se così non è. L’approccio in stile “Durov” è stato sicuramente recepito dal rivale storico e confermato dalle dichiarazioni di Mark rispetto all’importanza della privacy, un improvviso cambio di rotta rispetto a quello che accade invece sul campo. Approccio che si rivede nelle strategie di marketing della famiglia “Facebook”, un reparto imperiale che può spostare gli equilibri. Interessante invece la risposta di Pavel Durov, decisamente contro tendenza: «Noi facciamo zero marketing. Non vogliamo pagare giornalisti e ricercatori per dire al mondo di Telegram. Per questo, ci affidiamo ai milioni di nostri utenti. Se ti piace Telegram, lo dirai ai tuoi amici. E se ogni nostro utente persuade tre dei propri amici a cancellare WhatsApp e a spostarsi permanentemente su Telegram, saremo già più popolari».

La chiusura di Pavel Durov è emblematica: «L’epoca dell’avidità e dell’ipocrisia finirà. Inizia un’era di libertà e privacy, ed è molto più vicina di quanto sembri».

Nell’era dei Big Data, le parole del fondatore di Telegram sono un grande arcobaleno tra le tenebrose nuvole del cloud, anche perché nel futuro avremo il “fog”, che significa nebbia ed io preferisco sorvolarle, magari a bordo di un aeroplanino di carta o di banconote da 5000 rubli, come quelli lanciati nel 2013 dagli uffici dei manager dello stesso Durov.