Il cutting: il ruolo della tecnologia

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Quale è il ruolo della tecnologia in questa mancanza di riconoscimento emotivo?

L’avvento di Internet e l’uso compulsivo della tecnologia da parte degli adolescenti, che spesso sono curvi sui loro smartphone per sfuggire ad un contatto diretto con l’altro, possono da una parte passare come fenomeni di una moda che seguono l’onda mediatica e dall’altra essere segnali e testimonianze dirette di un disagio che può trovare espressione nella rete. Il veicolo, con il quale vengono trasmesse e condivise emozioni spesso non ancora metabolizzate, è rappresentato dall’immagine; prime fra tutte, le faccine (emoji) che vengono scelte per esprimere la rabbia, la felicità, il disgusto e diventano “contenitori clonati” che allontanano i giovani dalla capacità di mentalizzazione delle emozioni proprie ed altrui, rendendo sempre più difficile l’espressione e la condivisione affettiva nel gruppo e rafforzando una società che sta assumendo toni sempre più narcisistici.

Il fenomeno dilagante del selfie, termine derivato dalla lingua inglese, che sta a rappresentare un autoritratto fotografico realizzato principalmente attraverso uno smartphone, un tablet o una fotocamera digitale, si incastra perfettamente in questa anedonia emotiva cheviene capillarmente condivisa senza essere sentita. Un successo, un evento importante, viene fermato per essere principalmente condiviso, privando il soggetto del fluire emozionale che porta alla condensazione emotiva che viene strutturata internamente rimanendo parte di sé.

Ci si ferma prima, si espelle fuori senza dare alle emozioni la possibilità di essere vissute, comprese, metabolizzate.

Ci si guarda, ci si controlla, si cerca ispirazione, in quella punta dell’iceberg, che segnala agli occhi del mondo il disagio in cui i ragazzi dalla testa china, nell’evoluzione patologica del fare, farsi male per non pensare e pubblicare, seguono video tutorial che spiegano come tagliarsi senza provare troppo dolore, come nascondere le cicatrici, come ritrovarsi in siti in cui il gruppo dei cutter si compatta e si sostiene nell’illusorietà di appartenersi e di condividere lo stesso grido di dolore.

Analfabetismo emotivo che trova quindi, in questa espressione drammatica, una lingua espressiva nuova nei segni lasciati sul corpo, nascosti in parti segrete ai genitori e mostrati come segno di coraggio, di gloria, di popolarità, al gruppo dei cutter, che li seleziona e ne fa motivo di vanto.

Come adulti responsabili in un percorso di Digital Parenting che cerchiamo di strutturare in queste pagine, dobbiamo tener conto che nel gioco degli specchi, delle immagini ritoccate e clonate, postate sui social network, l’adolescente alla ricerca del riconoscimento del proprio sé da parte dell’altro, può arrivare a strutturare la propria identità, la propria autopercezione corporea, la propria autostima, sull’eco dei mi piace che riceve dalle immagini che posta. Se questo percorso può essere normale, purché non sia essere esclusivo, per un adolescente nato nell’era digitale, occorre metterne in evidenza traiettorie di rischio evolutivo che trovano espressione e testimonianza diretta nelle bacheche dei social.

Ecco allora che nell’amplificazione della cassa di risonanza del digitaleun dolore insopportabile trova la sua via d’uscita nel farsi male e nel condividere il dolore “fotografato” e depositato in rete. SU DI ME e FUORI DI ME impresso nelle coordinate spazio-temporali di uno spazio allargato che

dilata e comprime le emozioni allo stesso tempo.

Perché ci si taglia?

Una delusione, un abbandono, un rifiuto, una lite con i genitori, ma anche l’incapacità a gestire la noia, o di apparire “eroi” come gli altri che lo hanno fatto, porta soprattutto le ragazze, alle prese ancora di più che i ragazzi con il riconoscimento della propria immagine corporea, a segnare il proprio corpo con tagli, segni da nascondere agli occhi dei genitori che tuttavia, nelle immagini postate sui social network, assicurano l’appartenenza ad un gruppo specifico e l’appropriazione di un segno d’identità: le ragazze “cutter”.

La pelle, primo contenitore emotivo delle emozioni e del riconoscimento da parte del bambino, primo veicolo di comunicazione diadica negli scambi interattivi con ilcaregiverdiventa il terreno da segnare e lacerare alla ricerca, di un qualcosa provato tanto tempo prima e conservato nella memoria implicita di cui l’inconscio si fa testimone.

Ragazze cutter che utilizzano il taglio per l’incapacità di gestire e quindi il bisogno di allontanare una tensione esagerata. Nel momento in cui sono sotto pressione colpiscono la pelle, o meglio tagliano la connessione tra il pensieroe la consapevolezza che sentono troppo dolorosi e l’atto.

Nell’agito auto-diretto (a differenza del cyberbullismo dove l’acting e l’aggressività sono eterodiretti) il taglio fisico scaccia e vince sul dolore mentale che viene spostato ed inglobato nell’immagine del segnosul corpo mettendo chiaramente in evidenza la traccia visibile e concreta di un’incapacità a vivere le emozioni, che viene però condivisa ed espansa nei social network, rimarcando l’esigenza adolescenziale dell’appartenenza al gruppo.

Come scrive l’antropologo francese Le Breton (2003, pag.11): “La ferita crea un rifugio provvisorio, che consente all’individuo di riprendere fiato: […] serve a scaricare una tensione, un’angoscia che non lascia più alcuna scelta, nessun’altra risorsa – e di cui l’individuo deve potersi liberare”.

Il segno poi, diventa selfie e veicolo per una testimonianza condivisa che incrementa ancora di più le caratteristiche alessitemiche delle nuove generazioni e rafforza l’esigenza di appartenere ad un gruppo compatto e coeso in cui predomina l’incapacità a gestire, a riconoscere e vivere con resilienza il dolore e la rabbia. Si segna il corpo per dare voce e testimonianza ad un groviglio emozionale proprio di un’identità ancora fragile e in formazione che ha bisogno di essere compreso, accettato e riconosciuto dai genitori. Non si parla ma i segni si lasciano.

E i grandi?

Per ogni adolescente che entra nella terra della trasformazione c’è un genitore in crisi che tentenna e viene messo costantemente alla prova da provocazioni, segreti, ribellioni ed evoluzioni che ogni volo comporta.  Il terreno d’espressione e d’azione di genitori consapevoli non può non rilevare questi fenomeni, così come altri che verranno affrontatati, affinché si possa costruire insieme un percorso di Digital Parenting nel quale la tecnologia entra senza alterare i processi comunicativi tra genitori e figli e nel quale l’osservazione partecipata è il primo strumento per rilevare segni di disagio che vengono celati, nascosti agli occhi dei grandi per essere poi plasmati nei circuiti della rete.

Genitori consapevoli sono tenuti quindi a conoscere il fenomeno, a parlarne insieme ai ragazzi e cercare comprendere da dove viene il dolore per cercare di lenirlo con presenze e carezze, come quando si era piccoli.

Buona Osservazione!

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Barbara Volpi
Psicologa, psicoterapeuta, PhD in Psicologia Dinamica e Clinica, collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza – Università di Roma, è docente al Master di II livello sul Family Home Visiting, presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica- Sapienza- Università di Roma e presso l’Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica [SAPP] di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP [Società Italiana di Clinica, Ricerca ed Intervento sulla Perinatalità). È autrice di numerose pubblicazioni e articoli di ricerca, e interventi sul tema dell’Educazione Digitale. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (con R. Tambelli, 2015) e “Genitori digitali. Crescere i propri figli nell’era di internet” (2017).