È più di trent’anni che si cerca di portare il digitale a scuola, con piani nazionali, fortic, introduzioni varie, LIM, eccetera. Basta. Non se ne può davvero più. Peraltro il fatto che siamo ancora qui oggi a parlarne conferma che sono stati trent’anni di fallimento.

Un’idea del perché di questo fallimento ce l’ho. Fateci caso. È solo la scuola a sentire il bisogno di fregiarsi dell’aggettivo “digitale”. Avete mai sentito parlare di “Ospedale Digitale”? Oppure di “Ingegnere Digitale”? Ovviamente no, anzi, farebbe anche sorridere.

Che l’ospedale di una grande città come Milano, ad esempio, disponga di una Tomografia Assiale Computerizzata per le diagnosi strumentali, lo si dà per scontato, al più ci meraviglieremmo se fosse Gino Strada di Emergency, a dirci che in un ospedale da campo in Afghanistan usa anche la TAC.

Invece di una scuola, persino di una metropoli moderna come Milano, quando sentiamo che i docenti utilizzano tablet o – apriti cielo – smartphone in classe per fare lezione, ci meravigliamo e accettiamo il fatto che sia una scuola “digitale”.

È questo il segno del fallimento.

Oggi dovrebbe essere scontato che il digitale faccia parte della strumentazione quotidiana utilizzata da ogni categoria professionale, insegnanti compresi. Invece non lo è.

Qual è il problema? Una volta poteva essere la scarsa dimestichezza e preparazione degli insegnanti all’uso dei nuovi sistemi. Oggi questa scusa non regge più. Chi, infatti, non sa usare uno smartphone, per esempio? Ogni insegnante, di ogni ordine e grado, lo usa abitualmente e quotidianamente, fuori dalla scuola. Mentre è in classe, invece, ne diventa improvvisamente analfabeta e incompetente, addirittura ostile. In realtà è perché non sa bene cosa farsene.

Ecco il vero motivo del fallimento dei piani di introduzione del digitale nella didattica.

Ci si è focalizzati solo sulla tecnologia, credendo che spiegando come si accende un computer, l’insegnante sappia anche come usarlo nella sua professione. Purtroppo così non è. Una volta imparato ad accendere la LIM, per esempio, l’insegnante tipicamente la usa come una normale lavagna, magari hi-tech, ma non modifica di una virgola il suo modo di essere e fare lezione. Per questo la tecnologia viene considerata un ingombrante disturbo.

È come quando si sfoglia un pdf sul tablet. Si sente la mancanza del libro di carta. Perché, in questi casi, stiamo usando male la tecnologia, umiliandola a scimmiottarne la funzione analogica (lavagna, libro, ecc) piuttosto che coglierne gli scenari inediti che dischiude ma che costringe a cambiare radicalmente il modo di fare scuola.

Insomma, basta con la scuola digitale. Parliamo di scuola, di didattica, di METODOLOGIA.

Se non si cambia metodologia non serve a niente cambiare tecnologia.