Lo sappiamo e lo vediamo tutti i giorni nella metro, nelle pizzerie, davanti alla scuola, al cinema, gli adolescenti (e non solo) vivono con il cellulare in mano. Sappiamo anche che in adolescenza, l’uso improprio di questa appendice strutturale può rappresentare, riprendendo le parole significative di Steiner (1996), un rifugio della mente” che isola, estranea, definisce difensivamente un luogo ideale dove tutto può essere narcisisticamente perfetto e dove si può bypassare la timidezza, la difficoltà, il timore, in un agire facilitante che tuttavia, nella linea del tempo può esacerbare timidezze e generare isolamento, compromissione della relazione con gli altri e perdita del contatto di realtà.

Se infatti questa modalità di ritiro dalla realtà, non assume carattere transitorio e funzionale alla compartecipazione reale, ma viene trasformata in consuetudine, alterando la frequentazione sociale, il divertimento, l’apprendimento, lo stile di vita verrà inevitabilmente caratterizzato da un abuso dei nuovi device e l’adolescente si ritroverà a vivere, in modo dissociativo, una realtà virtuale parallela, caratterizzata da relazionisociali, scambi comunicativi, aperture relazionali, che poco hanno a che fare con la quotidianità della realtà esterna.

Il linguaggio nel villaggio globale rappresentato dal web, seppur integrato con il linguaggio adolescenziale in situ, infatti, è molto diverso da quello con cui l’adolescente deve confrontarsi a scuola, nelle relazioni con i compagni, nelle prime esperienze sentimentali e in quei casi di fragilità o vulnerabilità psichica, le inevitabili incursioni nel mondo reale, non faranno altro che produrre spavento e terrore che, senza l’adeguato supporto di una “base sicura” (Bowlby, 1989), rappresentata dalla fiducia nei legami familiari, porteranno l’adolescente a rifugiarsi difensivamente nell’immediatezza della soddisfazione e dell’onnipotenza virtuale, nel quale tutto diventa possibile e sperimentabile senza conseguenze dannose per il Sè.

Ma ricordiamoci che ogni adolescente, anche se ritirato profondamente in sé stesso, comunica alla famiglia e/o agli adulti (docenti, educatori, formatori) il suo disagio prima che diventi imperioso lanciando degli Allert visti come campanelli di allarme che devono essere colti per agire in termini preventivi e riparatori (tab.1).  È implicito che in questa rilevazione della ricezione sintonica e funzionale degli Allert, la collaborazione tra la famiglia e la scuola dovrebbe essere basilare.

Tab.1 Allert dell’Abuso Tecnologico

  • Stanchezza (perdita di sonno);
  • difficoltà ad alzarsi la mattina;
  • calo del rendimento scolastico;
  • modificazione delle abitudini di vita;
  • lento, ma progressivo allontanamento dagli amici;
  • abbandono di altre forme di intrattenimento (tv, letture, gioco, musica e altro) se non in forma digitale;
  • irascibilità;
  • disobbedienza e ribellione;
  • stato di apparente benessere e serenità quando l’adolescente si intrattiene con i device e acting out se si tenta di toglierli o di limitarne l’uso.

 

 Vulnerabilità di base non conseguenza:

L’addiction, pertanto, non consiste in una patologia che interviene casualmente nella vita delle persone, ma occorre una vulnerabilità di base che consenta una modalità del comportamento alla quale si può ricorrere sotto stress, quando il Sé risulta annientato da sensazioni ed emozioni non simbolizzabili. Il piacere che si ricava da una qualsiasi forma di dipendenza patologica deve intendersi come la ricerca di uno stato di trance autoindotto, un rifugio mentale il cui scopo è di costruirsi una realtà parallela psicosensoriale differente da quella sperimentata nella realtà ordinaria, di ritirarsi da ogni contatto e di dissociare le sensazioni, le emozioni, le immagini conflittuali non rappresentabili sul piano cosciente. Ci si ritira socialmente, ci si chiude in casa (si parla in questo caso di ritiro sociale o del fenomeno eclatante degli Hikikomori) e si esclude dal Sé ciò che per il Sé è dannoso, creando una realtà altra che cancella qualsiasi altra forma di realtà.

Una sorta di auto-terapia dell’Io che a volte, come nel fatto di cronaca riportato (fonte ANSA), può diventare una globale-terapia disfunzionale del Noi.

Ed è proprio il Noi gruppale adolescenziale, ampiamente amplificato nei Social, quello a correre il maggior rischio e che necessita dell’osservazione adulta per essere debitamente tutelato.

Di nuovo la collaborazione tra la Scuola e la Famiglia risulta fondamentale per acuire l’osservazione sui primi segnali di disagio e per agire tempestivamente in un lavoro supportivo di rete teso al benessere delle nuove generazioni.

CARI ADULTI BUONA ATTENZIONE!

 

Bibliografia

Bowlby, J.(1989), Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano.