A scuola senza cellulare

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Alunni in classe senza cellulare

Vi faccio un piccolo test. Leggete questa affermazione e provate ad indovinare di quale oggetto si sta parlando: “(…) un oggetto che però, se non era ammesso a scuola, si diffonde sempre più rapidamente attorno a noi”.

Avete indovinato?

Avete pensato al cellulare, vero?

No, non è il cellulare, telefonino o smartphone che dir si voglia. Errore, cari lettori. Si sta parlando nientemeno che… della penna biro!

Non ci credete? Leggetevi questo articolo pubblicato sul sito di RAI Storia.

Ebbene sì, nella sua prima introduzione la penna biro, la cara, vecchia penna BIC, è stata aspramente osteggiata dal gotha degli insegnanti duri e puri. Perché secondo loro traviava il corretto lavoro degli studenti, i quali avrebbero scritto di meno, più sciattamente, troppo facilmente e così via.

Per fortuna avevano torto.

Ebbene sì, stiamo vedendo lo stesso film con i cellulari a scuola.

Dopo l’ottimo e denso buon senso espresso dal MIUR con il suo decalogo sull’uso dei dispositivi mobili a scuola (in genere sintetizzato con: cellulare a scuola, appunto), oggi si affacciano due emendamenti della Commissione Cultura della Camera per una proposta di legge con la quale si vuole vietare tassativamente l’uso del cellulare a scuola perché si vogliono promuovere: “attività di sensibilizzazione degli alunni su diritti e doveri connessi all’uso di internet e degli altri strumenti digitali, nonché su progetti per prevenire e contrastare il bullismo informatico”.

Niente di più insensato e inutile.

Primo.

Si sta parlando di un oggetto che fuori dalla scuola è ampiamente usato e diffuso, al pari della penna biro. Non si sta parlando di un’arma, di un corpo contundente, di una sostanza dannosa o stupefacente. Si sta parlando di un oggetto che, peraltro, tutto il personale scolastico usa abbondantemente e quotidianamente.

Compito della scuola è educare al corretto uso ma non vietarlo. È semplicemente assurdo vietarlo, perché, appunto, si viene meno al primo dovere e responsabilità della scuola: educare e formare i nostri figli alla società del presente e del futuro. Il divieto, invece, li prepara alla società del passato senza fornire loro gli strumenti e le competenze minime per governare le tecnologie che altrimenti subirebbero passivamente.

Secondo.

Il cellulare, meglio, lo smartphone, è uno strumento sofisticatissimo e potentissimo. Più sofisticato e potente di ogni apparecchiatura mediamente presente nei laboratori di informatica scolastica. Privarsi della ricchezza funzionale e didattica di un oggetto del genere è stupido. Sarebbe come preferire di procedere a dorso di mulo quando si ha a disposizione un treno. Ok, qualcuno preferisce il dorso di mulo? Si accomodi, ma lasci per favore tutti gli altri prendere il treno. Il divieto è una imposizione assurda e demenziale. Io preferisco il treno. Il dorso di mulo al più per divertirmi in un agriturismo.

Terzo.

Cosa faranno gli studenti dopo il suono della campanella? Usciranno da scuola e cominceranno ad usare i loro cellulari, facendoci quello che gli pare, anche male. È così che si vuole prevenire e contrastare il bullismo informatico? Garantendosi che non avvenga tra le mura scolastiche e non fornendo alcuna guida ed educazione se non il divieto fintanto che sono a scuola? “Tanto, una volta usciti, non sono più affari della scuola!”, sembrerebbe propria questa la pilatesca ratio dei nostri parlamentari così scarsamente illuminati.

Insomma, in qualunque modo si voglia vedere questa iniziativa, è pessima.